Il mio viaggio nel blu!

Vorrei raccontarvi un viaggio diverso da tutti gli altri, che non necessita di molti preparativi prima e non necessita neanche di una valigia, l’unica cosa da portare con sé, oltre all’attrezzatura, è la voglia di scoprire tutto ciò che di bello offre questo posto. Un viaggio la cui durata, a differenza di tutti gli altri dove la stessa si decide in base alle proprie necessità(può essere un giorno o più), è stabilita da una bombola piena di Ossigeno. Sto parlando del viaggio alla scoperta del fondale marino a circa 20 metri di profondità che solo chi, come me, ama il mare e ama perdersi nella sua immensità è in grado di fare.
Ho sempre amato il mare, sin da piccola, ma il suo fondale e la sua totale bellezza l’ho scoperta solo un anno fa quando decisi di iscrivermi ad un corso di Sub. “ Non ho paura di scendere venti metri sotto l’acqua, ci sarà l’erogatore ad aiutarmi nella respirazione”, pensai. In realtà non andò proprio così appena feci la prima immersione a soli tre metri di profondità; vi era un rifiuto ad accettare la respirazione con la bocca e persino ad indossare la maschera. Non riuscivo neanche a muovermi, ero immobile. Mi sentivo come una bambina che stava iniziando a nuotare e non sapeva come comportarsi, non mi riconoscevo, non riconoscevo quella ragazza che quando va in spiaggia passa una buona parte delle ore in acqua facendo nuotate immense fino a quando le gambe e le braccia non si arrestano. Dovevo reagire perché volevo a tutti i costi andare avanti con le lezioni e scoprire cosa ci fosse sotto ai miei piedi che, già superati i centocinquantotto centimetri di profondità , sono costretti ad abbandonare la sabbia sulla quale si erano poggiati fino a quel momento per ondeggiare ed evitare che io beva quell’acqua così salata da far rimanere salate le labbra anche dopo una doccia con acqua dolce.
Ero giunta quasi alla fine della prima lezione e avevo scoperto ben poco, avevo solo toccato con mano qualche pietra presente sul fondale e trovato qualche piccola conchiglia, così piccola che quando provavo tenerla in mano scappava, e non ero neanche riuscita a raggiungere l’obiettivo della prima lezione: fare lo svuotamento della maschera sott’acqua. Ero (e sono ancora oggi) abituata a lasciare chi siano i miei occhi, senza l’ausilio di occhialini o maschera, a scoprire la totale bellezza del mare, sbattendo sempre di più i piedi e scendendo sempre più giù. È ovvio che la trasparenza e la chiarezza che ci offrono due vetri posti davanti ai nostri occhi non è possibile averla ad occhi nudi ma sono del parere che il mare bisogna viverlo, deve lasciare i segni. Le labbra viola dopo quattro ore in acqua sono un segno, gli occhi che bruciano sono un segno, le mani e i piedi ruvidi lo sono e lo sono anche i capelli bagnati che, una volta asciugati, diventano bianchi a causa del sale presente in mare. Oltre a non accettare l’erogatore, quindi, non accettavo neanche la maschera incollata al viso come una ventosa ma dovevo raggiungere l’obiettivo della lezione per poter procedere alla scoperta del fondale e dopo qualche minuto di riflessione ci riuscii. Era il primo passo verso la scoperta.
Lezione dopo lezione notavo quanto fosse bello questo mondo ma ciò che mi piaceva di più era respirare e vedere le bolle che uscivano dalla mia bocca salire sempre più su, fino a perdersi nel blu.
Ogni volta che tornavo a casa dopo una lezione, volevo subito farne un’altra, speravo che vi fosse il sole e, soprattutto, assenza di vento per poter fare un’immersione il giorno successivo e raggiungere quanto prima il traguardo.
Era il 14 agosto dello scorso anno, casualmente il giorno del mio ventesimo compleanno; non potevo svegliarmi tardi perché avevo invitato i miei amici a casa e sarebbero passati in mattinata ma a costringermi ad alzarmi dal letto fu il sole, che alle otto del mattino si infilò nella finestra della mia stanza e raggiunse i miei occhi. “ Che bel buongiorno!” – dissi a mia madre, che pensava mi stessi riferendo alla tavolata che aveva preparato per i festeggiamenti del mio compleanno; in realtà avevo appena ricevuto un messaggio dal mio istruttore nel quale mi chiedeva se fossi disponibile a completare le lezioni nel tardo pomeriggio.
“Quale giorno migliore per raggiungere il traguardo se non quello del mio compleanno?”- dissi a me stessa e iniziai a riempire la bottiglia di acqua e sapone, per favorire lo scivolamento della muta. Dopo i festeggiamenti e dopo il pranzo, finalmente, raggiunsi il mio istruttore e tutti i miei compagni di corso, pronti per quest’avventura. Preparai l’attrezzatura, bagnai la muta e la indossai, mi misi le pinne e la maschera che appesi al collo a mo’ di collana e salii sulla barca per iniziare questo viaggio.
Mentre ero seduta sulla barca vedevo dinnanzi a me la riva sempre più lontana e i bagnanti sempre più piccoli, che se di una mano avessi chiuso tre dita e avessi lasciato aperti solo il pollice e l’indice questi quasi si sarebbero toccati tant’era la distanza tra me i bagnanti stesi sulla spiaggia. Invece girandomi dal lato opposto, vedevo il timone della barca e subito dopo di esso una lunghissima scia di schiuma bianca che, dopo poco tempo, ritornava a perdersi nel mare diventando, quindi, sempre più blu. Questo viaggio sembrava infinito, come se la barca avanzasse ma rimanesse sempre al punto di partenza, sembrava non dovessi raggiungere mai il largo ma quando l’istruttore mi disse di iniziare a prepararmi sentii il mio cuore agitarsi. Portai la maschera al viso, la strinsi in modo tale da farla aderire bene al viso, mi sedetti sul bordo della barca dando le spalle al mare e mi lascia andare: da qui inizia il mio viaggio, breve ma intenso.
Un’immersione non va mai fatta individualmente, bisogna essere minimo in due, così ci dividemmo prima in due gruppi e poi scegliemmo un compagno con cui visitare il fondale.
L’istruttore autorizzò la discesa a coppia ma più scendevo più sentivo il mio cuore battere forte, come se avessi dovuto incontrare per la prima volta qualcuno; non riuscii a scendere completamente, ad un certo punto mi fermai e risalii velocemente, senza respirare, completamente in apnea. Una volta salita a galla feci un lunghissimo respiro, di quelli che si fanno quando si piange a dirotto e poi ci si tranquillizza; io non piansi ma avevo fatto molti metri senza respirare e quel respiro divenne obbligatorio.
Bevvi un po’ d’acqua, feci l’ennesimo respiro di sollievo e ripresi la discesa, affiancando la corda dell’àncora basata al fondo. Mentre scendevo mi sentivo più libera e più sicura, come se quel respiro mi avesse dato la carica necessaria per affrontare quel viaggio. In genere, quando si decide di viaggiare lo si fa per piacere, per divertirsi, per “staccare la spina” dalla solita routine e da tutto ciò che ci tiene “ imprigionati” in una gabbia: era questo che stavo cercando di fare in soli trenta minuti.
La discesa durò qualche minuto poi, finalmente, iniziai a cercare conchiglie da aggiungere alla mia collezione, a cercare le stelle marine, a scattare foto, a fare a gara con i pesci, a scambiare la maschera con il mio compagno di viaggio, perché avevo ormai superato questo step: sapevo svuotare la maschera e quindi potevo togliere la mia e indossarne un’altra.
Quel giorno raccolsi la conchiglia più grande e più bella; da lontano sembrava grande quanto una mia mano e così, incuriosita, mi avvicinai e cercai di avvicinarla il più possibile alla maschera e vidi che non era così grande come l’avevo vista poco prima, ma era comunque grande rispetto a quelle che avevo trovato in precedenza.
Aveva la forma di un ventaglio aperto, era liscia dentro e ruvida sul dorso, con delle strisce marroncine orizzontali non molto distanti l’una dall’altra ed era bellissima, così decisi di nasconderla nella tasca del mio jacket per portarla a casa.
Ripresi l’escursione e dopo qualche metro vidi il mio compagno che muoveva la mano da sinistra verso destra mostrandomi il palmo; non notai subito ciò che volesse farmi vedere ma mi fermai: vidi che aveva colto una stella marina. Era piccolina, con le punte lunghe e sottili rivolte verso l’alto; mi colpì la presenza di molte macchioline sparse ovunque tranne al centro, dove aveva un cuore rosso fuoco, come se volesse chiedermi di portarla con me, nel mio cuore. Purtroppo non è stato possibile portarla a casa, non è giusto che ogni essere, vivente o meno, solo perché ci colpisce a primo impatto debba essere portato in un ambiente diverso dal suo. Non è giusto che una margherita, solo perché è più gialla e quindi più bella delle altre, debba essere strappata alla terra che l’ha fatta nascere; se pensiamo che tutto ciò che a noi piace deve essere a tutti i costi nostro, pensiamo male. Non si possono costringere le persone a vivere dove non vogliono perché non vivrebbero, sopravvivrebbero. Non le si può costringere ad amarci solo perché noi amiamo loro. La stessa cosa vale per la margherita e per la stella marina: possono sopravvivere per qualche giorno…. poi ci lasciano. Ed è giusto così.
Dunque io feci una scelta, alla mia felicità, alla mia allegria, al mio stupore, al mio incanto, preferii la sua vita e, a malincuore, chiesi al mio compagno di riportarla allo scoglio al quale si era precedentemente aggrappata.
Ripresi il viaggio immersa nel blu, tra la flora e la fauna marine, e mi sentivo come un pesce, libera di fare ciò che volevo, mi sentivo al sicuro. Non pensavo a niente, solo al fatto che non avrei potuto trascorrere un compleanno migliore; non sentivo la mancanza della terra ferma, non si vedevano i soliti volti, ogni respiro era sempre più emozionante di quello precedente. Era come se stessi sognando e che il mio risveglio dipendesse dall’indice della mano destra del mio istruttore che indica il manometro per verificare la pressione ancora contenuta all’interno della bombola: il viaggio stava per concludersi.
L’istruttore mi fa cenno di seguirlo e una volta ricomposti i due gruppi iniziali iniziammo,tutti insieme, la salita.
Mentre salivo, al contrario della discesa, guardavo giù; lì avevo lasciato un pezzo di cuore, pensavo alla piccola stella marina e strinsi tra le mani la conchiglia che avevo raccolto. Ero stata egoista, così come lo ero stata tutte le volte che avevo raccolto una conchiglia per portarla a casa e completare la mia collezione ma continuavo a stringerla in un pugno mentre salivo sempre di più. Si dice che più stringi qualcosa a te, più quella scappa, e fu proprio così: la vidi scivolare via dalla mia mano e cercai di scendere nuovamente per riprenderla ma io ero quasi a galla e lei aveva già raggiunto il fondo. Rimasi a fissare il blu del mare per qualche secondo, alla ricerca della conchiglia ma ormai non si vedeva niente, se non il vuoto.
Salii nuovamente sulla barca per ritornare a riva; il sole, di un colore rosso fuoco, stava per tramontare e si specchiava nell’infinito del mare, lo stesso che mi aveva trasmesso infinite emozioni e che continuava a farlo anche in quel momento.
Ritornai a riva con il sorriso, entusiasta di aver fatto degli incontri unici che mi hanno lasciato un ricordo indelebile e soprattutto la voglia e il desiderio di scoprire ancora qualcos’altro, perché c’è sicuramente altro.
Questo viaggio ha avuto una breve durata, giusto il tempo di lasciare un po’ di aria giù per il fondale, ma ciò che ha lasciato dentro di me è indescrivibile, bisogna fare lo stesso percorso che ho fatto io per provare le stesse emozioni, per sentire come batte forte il cuore, per sentirsi finalmente liberi! In genere, quando si è stati bene in un posto, che può essere una città, una casa, una stanza o possono essere semplicemente le braccia della persona che ami e ci si deve allontanare da tutto ciò, c’è sempre l’amaro in bocca e si spera sempre di ritornarci; quando visitai Brighton e, purtroppo, dopo tre settimane di permanenza giunse l’ora di rientrare a casa, mi affacciai alla finestra del mio albergo per l’ultima volta e vidi il mare, lo fissai e promisi a me stessa che ci sarei ritornata presto. A distanza di due anni non sono ancora riuscita a mantenere la promessa ma quando, scesa dalla barca, sentii sotto i piedi la sabbia, promisi a me stessa che sarei scesa ancora altri venti metri, per raggiungere quota quaranta e ci riuscirò. Le promesse, soprattutto se fatte a se stessi, vanno mantenute!

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