Gioco di squadra o no?!

A volte si hanno talmente tante idee da mettere su carta che non si sa da quale iniziare. Si scrivono e si cancellano frasi, poi si riscrivono con parole diverse che ci sembrano non andare bene stando vicine e si cancella di nuovo tutto.
L’accostamento di “ma però” nella lingua italiana è impensabile, così come lo è il mio nome associato a “gioco di squadra”. Me ne sono resa conto proprio oggi, mentre giocavo a pallavolo, sport che io ho amato con tutta me stessa ma che, sostanzialmente, ho amato perché non potevo amarne un altro.
E’ un po’ come quando si decide di stare con una persona qualsiasi e convincersi di amarla perché si desidera, invece, un’altra persona che non può essere tua. Ci convinciamo che sia la scelta giusta quando, in realtà, è solo una presa in giro; ci convinciamo del “ti amo” detto mentre si condivide lo stesso letto, eppure vorremmo condividere quello stesso letto con un’altra persona.
Io mi sono sentita così oggi, a distanza di anni! Ho capito di aver preteso tanto da uno sport la cui divisa non mi stava bene addosso. Ho capito che io non voglio indossare divise, non voglio correre in un area delimitata da strisce bianche, non voglio condividere un pallone con altre persone. Io voglio solo essere libera di inseguire quella striscia di mattonelle blu che risaltano in acqua, voglio nuotare tra tante bollicine d’aria, voglio poter toccare il muro con i piedi e dare una spinta. Voglio poter contare sulle mie forze, sulle mie gambe e sulle mie braccia e non dover congratularmi con nessuno per aver portato avanti la squadra ma voglio congratularmi con le mie forze e la mia determinazione per avermi portata a raggiungere un obbiettivo.
Forse dovevo capirlo subito che sono egoista e penso solo a me stessa. Dovevo capirlo quando, anziché passare la palla alla mia compagna di squadra, la lanciavo all’avversario, intenta a fare punto.
Dovevo capirlo quando qualcuno mi ripeteva che la pallavolo è un gioco di squadra e che, quindi, non ero da sola a giocare; “la prossima volta non ti alleni”, mi dicevano, sperando che mi servisse da lezione.
Quando si vuole una cioccolata calda ma c’è solo il gelato e si ha voglia di qualcosa di dolce è normale che vada bene qualsiasi cosa purché sia dolce, appunto. Il problema è che pur mangiando la cioccolata calda si pensa comunque al gusto del gelato che avremmo scelto.
Io mi allenavo in una palestra, con una squadra e un’allenatrice, con dei palloni e con le scarpe.
Avrei voluto essere in una piscina, da sola ma con un istruttore ma, soprattutto, senza scarpe. I piedi devono essere liberi di muoversi come vogliono e in qualsiasi direzione.
L’unico periodo in cui potevo far venir fuori tutto ciò che era ingabbiato,era il periodo estivo. Finalmente. Nuotate infinite che mi rendevano infinitamente libera, gli occhi che bruciavano, le mani irriconoscibili e le labbra viola. Questi segni io li preferisco ai lividi, alle bruciature sul parquet, alle lamentele per un tuo errore di chi è in squadra con te.
La verità è che io, semplicemente, amo fare ciò che mi pare e dare il meglio, contando solo sulle mie forze. Per questo motivo accettai subito la proposta di iniziare ad arbitrare, facendo quasi da spettatrice e non più da protagonista. In cuor mo ho sempre saputo che, pur stando in campo, ero una spettatrice che tifava per me stessa.

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