A quindici anni…

Il sogno della notte precedente, forse, si stava già avverando.
Le bastava stare lì con lui, a quella partita amichevole di pallavolo.
Per Laura la pallavolo era l’unica ragione di vita. Se poi c’era la sua giocatrice preferita, Francesca, allora tutto aveva un senso.
Però in quel momento, lui era l’unica cosa che contava.
Giuseppe, seduto accanto a lei, esultava quando la squadra per cui tifava segnava. Laura, invece, guardava poco la partita. Aveva un altro spettacolo cui assistere.

Le stelle sono niente in confronto ai suoi occhi.
Ma chissà perché, Giuseppe nemmeno mi guarda.
Sarà troppo impegnato con la partita. Stupida partita.
Starà osservando le giocatrici, sicuramente lo attireranno.
Che odio.

Ma perché mi fissa?
Siamo venuti alla partita per vedere Francesca.
Dovrebbe guardare lei, non me!

Eppure, Laura sapeva che dietro quel ragazzo, giovane e adulto al tempo stesso, si nascondeva un’anima debole, gracile e dolce.
Quante volte lo aveva sognato: sognava che l’abbracciava, poi si avvicinava al suo viso e la baciava ma, purtroppo, erano solo sogni, anche se quello della notte precedente era stato bellissimo.
Giuseppe la prendeva per mano, la portava fuori dal palazzetto, le diceva qualcosa e poi la baciava ma non capiva cosa diceva, perché nei sogni tutto è silenzio. Nei sogni girano solo le emozioni.
Si, voleva che quel sogno diventasse realtà.

O la smette di fissarmi o giuro che la guardo.

Ti prego, guardami…

E Giuseppe si voltò. I loro sguardi si incrociarono. Le sorrise.

E che vuol dire quel sorriso? Oddio Giusè, ti sei proprio ridotto male.
Non potevi dirle qualcosa in più? Dirmi “Ciao, come stai?”.
No, certamente. Sarebbe stato stupido chiedere ad una persona con cui sei da quasi due ore come sta. Vabbè, accontentiamoci di quel sorriso…
Mi ha sorriso. Lui. Mi ha sorriso. Che occhi…

Laura era rimasta a bocca aperta. Non si sarebbe mai immaginata che lui sorridesse. E proprio a lei, poi.
Di solito Giuseppe regalava pochi sorrisi e a poche persone.
E lei, quella sera, ne aveva ricevuto uno.

Chissà se conti qualcosa per lui, io…Ecco che mi fissa ancora. Basta!

Laura sembrò leggere nei suoi pensieri.
Spostò lo sguardo dal ragazzo alla partita e la seguì. In effetti, era rimasto poco tempo e Francesca contava sulla sua presenza, sul suo tifo, pur essendo quella un’amichevole.
Appena lei si voltò Giuseppe tirò un sollievo, a volte si sentiva oppresso dagli sguardi della gente.
Beh, quando ti ritrovi ad avere quindici anni e un metro e novanta di altezza, è normale, c’era da aspettarselo.
Però, come lo guardava Laura, non lo guardava nessuno. Questo doveva ammetterlo.

La partita era finita in parità. Tutte le giocatrici avevano salutato il pubblico e Francesca aveva rivolto a Laura uno sguardo chiaro: doveva raggiungerla.
La ragazza disse a Giuseppe di voler andare da Francesca e insieme furono lì in pochi attimi.
Francesca e Laura parlavano, fin quando la giocatrice non le fece notare che Giuseppe la guardava.
La fissava, proprio come lei, poco prima, guardava lui.
Laura arrossì; cercò di dirle che non era vero, ma in cuor suo sapeva che era proprio come Francesca diceva.

Poi, però, la giocatrice dovette andare a cambiarsi, salutò i due e corse negli spogliatoi. Laura e Giuseppe rimasero soli.
Lei si guardava attorno cercando qualcosa su cui poggiare un discorso.
Lui la fissava. Poi le prese la mano. Laura si voltò.

Proprio come nel sogno…

Le prese la mano, si girò dall’altra parte e iniziò a camminare verso l’uscita. Laura lo seguiva. La mano stretta nella sua. Il loro primo contatto fisico.

Giusè, non devi pentirtene poi. Lo sai come sei fatto, no?
Fai una cosa e poi te ne penti. Stavolta no. Non puoi aspettare. Fallo!

Si fermò, proprio davanti al portone con vetrate.
Laura non fiatava. Chissà cosa stesse girando nella sua mente.
In quel momento, sicuramente, stava pensando solo a lui.

Oddio, guarda i suoi occhi! Non sono belli?
Eccolo, si avvicina. E adesso che fa?

Giuseppe, sempre stringendo la mano, l’attirò a sé, lentamente.
Per la prima volta da quando si erano seduti accanto per assistere alla partita, parlò. “Ti è piaciuta la partita?”.
Laura avrebbe voluto rispondere che non l’aveva seguita, che aveva visto qualcosa di molto meglio, ma rispose con un semplice e gracile “Si”.
Giuseppe sorrise. Di nuovo. Proprio come piaceva a lei.
Poi si avvicinò ancora a lei. Si abbassò. Sorrise.

Vorrei tanto capire che cosa ha da guardare.

Arrivò il bacio. Non chiese nessun permesso.
Nessun preambolo. Niente. Arrivò e basta.
Laura stette con gli occhi aperti per poco. Credeva che Giuseppe si sarebbe staccato subito. Invece stava lì, incollato a lei.
Allora li chiuse e sembrò che nulla, intorno a loro, facesse alcun rumore.
Non c’erano gli alberi, i mattoni del viale, i muri. Niente.
Solo loro due. Il loro bacio. I loro occhi che si incrociavano.
Era settembre. Era sbocciato l’autunno.
Era settembre. Ed era sbocciato l’amore.

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